“Nel cuore della luce: il mio viaggio tra due Conversioni” - www.giuseppegranato.it

“Nel cuore della luce: il mio viaggio tra due Conversioni”


Ci sono opere che non si guardano soltanto: si attraversano. La Conversione di Saulo di Caravaggio è una di queste. O meglio, sono due. Due opere, due visioni, due momenti sospesi tra la caduta e la rivelazione.

Nel cuore di Roma, nella Sala Paesaggi del piano nobile, di Palazzo Barberini, prende vita una mostra che invita alla riflessione e al confronto: La Conversione di San Paolo della collezione Odescalchi torna sotto i riflettori, dopo essere stata inclusa nella mostra da poco conclusa “Caravaggio 2025”, offrendo un’occasione preziosa per dialogare con una delle opere più iconiche del Barocco romano, la Conversione di Saulo di Caravaggio nella Cappella Cerasi.

Due visioni, due contesti, un unico momento folgorante: l’istante in cui Saulo, il persecutore, diventa Paolo, l’apostolo.
Attraverso le mie fotografie voglio trasmettere l’emozione e il pathos di trovarsi davanti a questi capolavori dell’arte.

In questo articolo, non voglio esprimere un giudizio critico, perché non è mio compito, ma voglio raccontare un viaggio — il mio — dentro la luce che abbaglia Saulo e lo trasforma. Un viaggio che passa per il chiaroscuro, per il corpo del cavallo, per lo sguardo cieco di chi sta per vedere.
Due quadri, un solo istante eterno: quello in cui l’uomo cade per rinascere.

La mostra aperta il 24 luglio permetterà di vedere fino al 30 settembre 2025, il prezioso olio su tavola del maestro lombardo, in dialogo con la copia ad altissima definizione della Conversione realizzata da Caravaggio per la Cappella Cerasi, nella Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma.
A completamento del dossier espositivo dedicato alla Pala Odescalchi e inoltre presentata la riflettografia all’infrarosso, realizzata in occasione del restauro dell’opera nel 2006.


La Conversione di Saulo è uno dei momenti più drammatici e trasformativi della narrazione cristiana, e proprio per questo ha affascinato generazioni di artisti. Le due versioni quella della collezione Odescalchi esposta a Palazzo Barberini e quella celebre nella Cappella Cerasi offrono interpretazioni profondamente diverse, pur condividendo lo stesso soggetto.

L’opera della collezione Odescalchi, di Caravaggio, colpisce per la sua composizione serrata e il forte contrasto chiaroscurale. Saulo è colto nell’attimo della caduta, il corpo teso, le mani agli occhi, investito dalla luce e dall’apparizione reale di Cristo, che si lancia verso di lui spezzando un ramo di pioppo, sembra di udire le sue parole:

“Sàulo, Sàulo, perché mi perseguiti?”
(Atti degli Apostoli 9:4)

Il cavallo, imbizzarrito, con la schiuma alla bocca.
Un soldato alza lo scudo e la lancia come per difendersi, mentre l’altro porta le mani agli orecchi terrorizzato.

Questa versione sembra accentuare la dimensione drammatica e fisica della conversione: il corpo è protagonista, la luce è rivelazione, il gesto è rottura.

Nell’anno 1600, il cardinale Tiberio Cerasi, acquista una cappella nella Basilica Agostiniana di Santa Maria del Popolo, dedicandola a Maria e ai santi Pietro e Paolo, per farne la cappella di famiglia. Per i lavori sceglie i migliori artisti presenti a Roma, l’architetto Carlo Maderno per il progetto, il bolognese Annibale Carracci per la pala d’altare con l’Assunzione di Maria, e Michelangelo Merisi chiamato il Caravaggio, definito nel contratto “pittore eccellente“. Il contratto datato 24 settembre 1600, riporta l’impegno preso da Caravaggio per realizzare i due dipinti laterali con La conversione di Saulo e Il martirio di San Pietro, opere da realizzare su tavole di cipresso. Il cardinale Cerasi però muore il 3 maggio 1601, la cappella non è ancora pronta, e il controllo dei lavori passa all’Ospedale della Consolazione, il 10 novembre il pittore riceve il saldo per le opere, ma queste rimangono nel suo studio, qualcosa è cambiato, e nel 1605 vengono collocate all’interno della cappella Cerasi due nuove opere questa volta fatte su tela.

Come riporta il pittore e biografo Giovanni Baglione nella sua opera: “Le Vite de pittori scultori et architetti“, del 1642 al capitolo “Vita di Michelagnolo da Caravaggio”


«Nella Madonna del Popolo a man diritta dell’altar maggiore dentro la
cappella de’ Signori Cerasi su i lati del muro sono di sua mano la
Crocifissione di s. Pietro, e di rincontro ha la Conversione di s. Paolo.
Questi quadri prima furono lavorati da lui in un’altra maniera, ma perché
non piacquero al Padrone, se li prese il Cardinale Sannesio; e lo
stesso Caravaggio vi fece questi, che ora si vedono, a olio dipinti
poiché egli non operava in altra maniera; e per dir così la Fortuna con la Fama il portava »

A detta di Baglione, le opere di Caravaggio non piacquero al commitente. Dopo la morte del cardinale, furono acquistate dal cardinale Giacomo Sannesio, per poi passare di mano. La Conversione di Saulo è diventata parte della collezione della famiglia Odescalchi.

Della versione originale della “Crocifissione di San Pietro”, l’ultima notizia e del 1691, ed era in Spagna, attualmente la sua ubicazione è ignota.

I moderni critici però non sono d’accordo con la versione di Baglione, secondo loro il Caravaggio in accordo con i committenti creo due nuove versioni su tela che si adattassero meglio alla struttura della cappella.

Come si può vedere dalla riflettografia all’infrarosso, effettuata durante il restauro del 2006, oltre a rivelare le scelte tecniche usate da Caravaggio, come l’uso di tavole di cipresso per la struttura di base e un inedita impremitura di grigio chiaro, per dare più luminosità al dipinto, ha dimostrato una serie di pentimenti e modifiche effettuate da Caravaggio, Cristo era inizialmente senza barba, la posizione del volto di Saulo è stata modificata più volte.


Nella versione di Caravaggio della Cappella Cerasi, la scena è più raccolta, quasi claustrofobica. Saulo ha un aspetto più giovanile, è disteso a terra, gli occhi chiusi, le braccia aperte in un gesto di abbandono. La luce divina non è descritta, ma suggerita: è interiore, silenziosa, spirituale.
Il cavallo, ancora una volta centrale, è però meno minaccioso, più partecipe e tenuto da un palafreniere.
Qui la conversione è un evento mistico, non spettacolare.
È il momento in cui l’anima si arrende, non il corpo che lotta.

Nella sala espositiva di Palazzo Barberini, con la macchina fotografica al collo e gli occhi pieni di curiosità, mi sono lasciato sorprendere. Non solo dalla potenza visiva della Conversione di San Paolo della collezione Odescalchi, ma dal dialogo silenzioso che questa opera ha intessuto con quella, più celebre, custodita nella penombra della Cappella Cerasi.

Non ho cercato di capire tutto.
Non ho voluto spiegare.
Ho solo osservato.
Ho lasciato che la luce mi guidasse, che i volti mi parlassero, che il mistero della conversione mi sfiorasse. Perché a volte, l’arte non va capita: va sentita.

Le mie foto sono frammenti di quel sentire. Non pretendono di svelare, ma di custodire. Sono il mio modo di restare in ascolto, di fermare un’emozione prima che svanisca.

E forse, in fondo, anche questo è una forma di conversione: cambiare sguardo, aprirsi al nuovo, lasciarsi toccare da ciò che non si può spiegare.

La mia visita romana, poteva finire qui, ma come un ape attratta dal nettare, ho voluto proseguire il viaggio nel pathos e sono andato in direzione della Basilica di Santa Maria del Popolo, per vedere da vicino la Cappella Cerasi.

Non so spiegare esattamente cosa mi aspettassi entrando nella Basilica di Santa Maria del Popolo, e andando alla ricerca della Cappella Cerasi. Ma quando mi sono ritrovato davanti a questa perla artistica voluta dal potente cardinale Tiberio Cerasi, al tempo tesoriere della Camera Apostolica, per farne la cappella di famiglia, e ideata dall’architetto Carlo Maderno, ne sono rimasto scosso per la bellezza.

A primo impatto colpisce l’imponente pala d’altare raffigurante l’ “Assunzione della Vergine” di Annibale Carracci.
Poi il mio sguardo si è volto a destra ed ecco l’opera ricercata.
Davanti alla Conversione di Saulo, mi sono sentito piccolo, vulnerabile, quasi parte della scena.
Caravaggio non dipinge: lui colpisce. La luce che investe Saulo è come una rivelazione che ti attraversa, ti costringe a guardarti dentro. E quel cavallo, immobile e indifferente, sembra ricordarti che il mondo va avanti anche quando tu sei a terra.

Poi ho voltato lo sguardo a sinistra verso la Crocifissione di San Pietro, e lì il colpo è stato ancora più profondo.


Pietro, inchiodato a testa in giù, non ha nulla di glorioso: è carne, dolore, umanità.
Caravaggio ci mostra il martirio senza filtri, senza eroismi. I carnefici faticano a sollevare la croce, e in quella fatica c’è tutta la pesantezza del destino umano.
Mi ha colpito il volto di Pietro, così composto, quasi rassegnato, come se sapesse che quel dolore ha un senso più grande.

Mi sono seduto un attimo prima di uscire, cercando di trattenere quella sensazione di sospensione, come se fossi stato per qualche minuto in un luogo dove l’arte non si guarda—si vive.


Davanti alle due Conversioni di Saulo, ho capito che la luce non è solo un elemento pittorico: è una presenza che interroga.
Caravaggio non ci mostra semplicemente un uomo che cade, ci invita a chiederci cosa ci fa cadere, cosa ci fa cambiare, cosa ci acceca per poi farci vedere.
La luce che investe Saulo non si spegne con la tela.
Resta negli occhi di chi guarda, si insinua nel pensiero, ci accompagna fuori dalla cappella o dalla sala espositiva.
In quel momento, l’arte non è più solo bellezza. È esperienza. È rivelazione.


Nota per i lettori:
Non sono un critico d’arte, ho solo riportato fedelmente quello che le fonti attestate riportano circa le opere citate, io sono un appassionato di fotografia di opere artistiche e voglio solo far arrivare a chi legge quella profonda emozione o pathos che si trova davanti a questi capolavori dell’arte, in questo caso essere davanti alle opere di Michelangelo Merisi, il Caravaggio, vedere le sue pennellate, la sua visione, la sua prospettiva.

Le informazioni tecniche che ho citate sono prese dai pannelli illustrativi della mostra.

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