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La cella dell’alga


Nel silenzio di Maggiano: la “cella dell’alga”: memoria, contenzione, pietà


Camminando tra i padiglioni dell’ex manicomio di Maggiano, a Lucca, il rumore dei propri passi sul pavimento sembra l’unico suono capace di rompere un silenzio che dura da decenni. Eppure, davanti alle porte pesanti delle celle di isolamento, quel silenzio diventa parlante. Le foto che ho scattato in questi luoghi non sono solo una documentazione di un recente passato, ma una traccia visiva di una realtà clinica che pare a prima vista brutale, oggi quasi dimenticata: quella della “cella dell’alga”.

Composizione fotografica con porte e mobili usurati, disposti in una stanza luminosa e silenziosa. Al centro, una grande porta bianca con foro circolare, circondata da elementi dismessi. Atmosfera sospesa, tra memoria, materia e luce.
Ex Manicomio di Maggiano (Lucca), esemplari di porte delle celle dell’alga


Per comprendere cosa accadesse dietro quelle porte che oggi fotografo nella loro immobile decadenza, la sola realtà materiale non basta. Dobbiamo affidarci alla memoria letteraria di Mario Tobino che in questo ospedale psichiatrico fu medico e anima


Ecco la descrizione che fa Mario Tobino in “Le libere donne di Magliano”:


Leggendo queste parole davanti a quelle porte, la sensazione di oppressione diventa tangibile. Tuttavia, è difficile per noi oggi immaginare visivamente cosa significasse davvero ‘abitare’ quello spazio.
Per dare un volto a questa realtà, ci viene in aiuto il cinema di Mauro Bolognini. Nel suo film “Per le antiche scale” (1975), girato proprio traendo ispirazione dai racconti di Tobino, troviamo una ricostruzione cruda della cella dell’alga.

Scena cinematografica ambientata in una stanza buia, vista attraverso sbarre. Una figura umana, nuda, è distesa o seduta su un letto di paglia, suggerendo una condizione di reclusione o fragilità. L’atmosfera è drammatica e intensa, con luci basse e composizione teatrale.
Foto di scena dal film “Per le antiche scale” (1975) di Mauro Bolognini. Produzione: Italian International Film (IIF). Con Marcello Mastroianni. [Immagine usata a scopo di critica e recensione].


Come ci ha spiegato la guida durante la visita a Maggiano, non conosciamo con esattezza quale tipo di alga venisse utilizzata. Tobino la descrive come “un’erba, presso le coste di certi mari, che si radica agli scogli e molleggia verso la superficie”. L’alga era scelta per le sue proprietà: è un materiale naturale ricco di iodio, può essere mangiata, non prende fuoco facilmente (a differenza della paglia), è antisettico, emana calore e assorbe i liquidi. Poteva inoltre essere lavata e riutilizzata. Tutto questo spiega perché la “cella dell’alga” fosse considerata una vera e propria metodologia, e non una semplice soluzione di fortuna.

Illustrazione in bianco e nero di una figura femminile nuda, seduta in posizione rannicchiata su un groviglio di alghe, al centro  di una stanza degradata. La figura ha capelli lunghi, esprime paura o angoscia. La stanza presenta pareti screpolate, una piccola finestra con sbarre, una porta in legno con oblò circolare da cui si intravede un volto che osserva. L’atmosfera evoca isolamento, sorveglianza e disagio psichico.
Illustrazione generata da AI Gemini, sulla descrizione fatta da Mario Tobino, con piccole inesattezze, ma abbastanza fedele alla descrizione.


In quelle stanze nude, l’alga era insieme privazione e riparo. Fragile, strappabile, lavabile, diventava giaciglio e barriera, un modo per contenere la furia senza infliggere nuove ferite. Oggi ci appare crudele, ma allora era un compromesso: un gesto minimo di cura, un tentativo di proteggere chi non poteva proteggersi da sé. Tra quei fili vegetali resta sospesa la memoria di corpi e voci che cercavano calore, e di un tempo che provava, pur nei suoi limiti, a non abbandonare del tutto.

Dettaglio ravvicinato di una porta in legno chiaro e usurato, con uno spioncino ovale al centro. La superficie mostra graffi, segni di usura e due incisioni a forma di “X” sopra e sotto il foro. Il legno appare screpolato e il foro è incassato in una cornice metallica. L’immagine documenta un elemento architettonico della cella dell’alga
Maggiano, particolare cella dell’alga, spioncino ovale di vetro

Osservando da vicino le porte di Maggiano, si nota un dettaglio non casuale: il piccolo spioncino è posto sul lato mediano. Questa scelta progettuale permetteva all’infermiera di sorvegliare il paziente anche quando, sfinito o in preda a una crisi, si trovava disteso per terra.
Era un controllo costante, un occhio sempre vigile che serviva a prevenire soffocamenti o lesioni autoinflitte. Proprio in questo dettaglio si percepisce quell’equilibrio sottile di cui parlavo: lo spioncino era lo strumento della sorveglianza, certo, ma era anche il cordone ombelicale attraverso cui la ‘pietà’ del personale medico continuava a monitorare una vita che, in quel momento, non era in grado di badare a se stessa.

Porta in legno chiaro con vernice screpolata e bordi danneggiati, appoggiata a una parete bianca. La superficie presenta graffi, crepe e parti mancanti, con maniglia e serratura metalliche arrugginite. Pavimento in cotto usurato alla base. L’immagine documenta un elemento originale della cella dell’alga.
Maggiano, porta di una cella dell’alga


Davanti a queste celle, la reazione immediata è di orrore. Eppure, per onestà storica, dobbiamo sforzarci di guardare oltre la nostra sensibilità moderna. In un’epoca in cui la conoscenza della mente umana era ancora un territorio in gran parte inesplorato e i farmaci neurolettici erano agli albori o inesistenti, la ‘cella dell’alga’ rappresentava un terribile punto di equilibrio.
Non era solo un luogo di punizione, ma il limite estremo di una medicina che, non avendo altri strumenti, cercava disperatamente di salvaguardare quelle povere vite da danni maggiori. In quegli spazi strett e spogli, paradossalmente, si esercitava una forma di pietà rudimentale: l’obiettivo era impedire che il paziente, nel furore del suo male, potesse distruggersi, automutilarsi o infrangersi contro la rigidità del mondo esterno.
Era una contenzione che oggi ci appare crudele, ma che allora era l’ultimo baluardo contro il caos totale della follia. Una dimostrazione di pietà che, pur nel suo aspetto più spaventoso, cercava di offrire un rifugio, per quanto spoglio e amaro, a chi non trovava più pace in nessun altro luogo.


Scattare queste foto a Maggiano e rileggere Tobino oggi non è un esercizio di malinconia, ma un dovere di testimonianza. Quelle porte, quegli spioncini e quelle celle dell’alga sono i resti di una deriva umana che il cinema e la letteratura ci aiutano a non dimenticare.

Mario Tobino, foto su manifesto all’ingresso della Fondazione Mario Tobino

Chi desidera approfondire questa storia non solo attraverso le parole, ma attraverso l’esperienza diretta dei luoghi, può visitare l’ex manicomio di Maggiano grazie alla Fondazione Mario Tobino, che ne custodisce gli ambienti originali. È lì che il medico‑scrittore visse, osservò e trasformò la sofferenza in letteratura. Attraversare quei padiglioni significa entrare in contatto con una memoria fragile ma necessaria, che continua a chiedere attenzione e rispetto.
Per informazioni e visite: Fondazione Mario Tobino

Per approfondire:
Mario Tobino, “Le libere donne di Magliano” (Mondadori, 2024), il romanzo in cui il medico‑scrittore trasforma la vita di Maggiano in letteratura.


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