Durante la mia visita al complesso di Maggiano, già sede dell’Ospedale Psichiatrico di Lucca, ho avuto il piacere di ammirare le sculture di Matteo Raciti, presentate per la prima volta nella mostra “Da vicino nessuno è normale” (24 maggio – 4 novembre 2023) e oggi esposte in modo permanente in una sala della storica divisione maschile. È stato inoltre un piacere incontrare personalmente l’artista, intervenuto in occasione dell’inaugurazione del Museo “Giovanni Battista Giordano” all’interno dell’ex manicomio.
Matteo Raciti, giovane scultore e artista emergente nel mondo dei carri allegorici di Viareggio, ha sviluppato negli ultimi anni una ricerca personale che unisce la tecnica della cartapesta a un linguaggio espressivo diretto e immediato. La sua formazione all’interno dei laboratori viareggini gli ha permesso di affinare una manualità rapida e istintiva, capace di trasformare un materiale umile in figure di forte impatto emotivo. Le opere esposte a Maggiano nascono proprio da questa sensibilità: una serie di sculture che evocano, attraverso posture, frammentazioni e tensioni del corpo, diverse forme di sofferenza psichica, dalla depressione al narcisismo, dalla schizofrenia alla paranoia, fino ai disturbi dell’umore come il bipolarismo. Non si tratta di rappresentazioni cliniche, ma di interpretazioni simboliche che cercano di restituire la complessità e la fragilità dell’esperienza umana.

Le immagini che seguono documentano un percorso artistico e umano che prende forma tra le pareti silenziose dell’ex ospedale psichiatrico di Maggiano. Le sculture di Matteo Raciti, realizzate in cartapesta per il Carnevale di Viareggio 2021, abitano ora questi spazi con una forza evocativa che travalica il grottesco. Ogni figura incarna una condizione psichica — depressione, narcisismo, schizofrenia, paranoia, bipolarismo — non come diagnosi, ma come specchio di fragilità condivise. L’artista fugge le etichette e invita lo spettatore a riconoscersi nelle “anime di carta”, lasciando che la parte più nascosta emerga senza vergogna. Le fotografie non illustrano soltanto le opere: le accompagnano nel loro dialogo con la memoria dei luoghi, con le vite che li hanno attraversati, e con chi oggi li osserva.
Depressione
In questa figura monumentale, la depressione prende corpo attraverso una postura cadente, uno sguardo svuotato, mani sproporzionate che sembrano incapaci di agire. La cartapesta, materiale fragile e modellabile, diventa pelle di un’anima appesantita, incapace di sostenere il proprio peso. Il volto, segnato da una malinconia profonda, non cerca pietà né spiegazioni: è lì, immobile, a testimoniare una condizione che non si vede ma si abita. Raciti non illustra la malattia, la evoca. E lo fa con una potenza grottesca che non allontana, ma avvicina, perché chiunque, almeno una volta, ha sentito il corpo diventare più pesante del mondo.
Il volto della scultura appare come una maschera di malinconia trattenuta: la fronte corrugata, gli occhi socchiusi e la bocca abbassata raccontano un peso interiore che sembra sedimentato nel tempo. Sul labbro inferiore, un fiore appassito introduce un segno di delicatezza ferita, quasi un ricordo che non riesce a staccarsi. La materia, modellata in pieghe e cedimenti, amplifica la sensazione di un’emozione che si è fatta corpo. In questo dettaglio, Raciti concentra la fragilità dell’esistenza: un volto che non chiede nulla, ma che lascia affiorare ciò che resta quando la vitalità si ritira.
Narcisismo
La figura inginocchiata, intenta a scrutare se stessa attraverso una lente d’ingrandimento, incarna il gesto ossessivo dell’auto-osservazione. Il volto riflesso, deformato e amplificato, suggerisce una ricerca di identità che si smarrisce nel dettaglio. Il corpo, costruito in cartapesta e montato su una base mobile, sembra sospeso tra teatralità e fragilità.
Attorno, i volti fotografici amplificano il tema dello sguardo: chi guarda chi? Raciti traduce il narcisismo non come vanità, ma come tensione continua tra visibilità e smarrimento, tra bisogno di conferma e paura di dissolversi.
Il volto riflesso nello specchio è un’immagine deformata, amplificata, inquieta. Gli occhi spalancati, le linee alterate, la tensione delle dita che reggono la cornice: tutto parla di un’ossessione per l’identità, per la propria immagine, per ciò che si è o si crede di essere. Il gesto del guardarsi non è pacificato, ma febbrile, quasi compulsivo. In questo dettaglio, Raciti traduce il narcisismo in una scena di introspezione distorta, dove il desiderio di riconoscersi si trasforma in smarrimento. Il volto non si contempla: si scruta, si rincorre, si perde.
Schizofrenia
La figura è attraversata da una molteplicità di sguardi: occhi che si diramano dal capo come pensieri impazziti, come voci che non si lasciano zittire. Il corpo, frammentato e instabile, sembra trattenere una tensione interna che non trova pace. La postura, il volto contratto, la struttura mobile su cui poggia: tutto suggerisce una condizione di allerta, di disgregazione, di identità che si moltiplica e si perde. Raciti non cerca di spiegare la schizofrenia, ma di evocarla nella sua vertigine. L’opera non rappresenta: vibra, si smonta, si espone. E chi guarda, forse, si sente guardato da ogni direzione.
Il dettaglio mostra un volto stravolto, gli occhi spalancati e la bocca contorta in un’espressione di allarme. Dal capo si diramano fili sottili che sorreggono occhi fluttuanti, come pensieri che sfuggono al controllo o presenze che osservano da ogni direzione. La materia pittorica accentua la tensione, mentre la postura suggerisce una mente assediata. In questo frammento, Raciti traduce la paranoia in forma visiva: un’angoscia che si moltiplica, si riflette, si insinua.
Paranoia
La figura si presenta come un corpo vigile, teso, attraversato da presenze multiple. Sul capo, una corona di volti mascherati si moltiplica come pensieri intrusivi, come identità che si sovrappongono e si contraddicono. Gli occhi spalancati, le mani allungate, la postura irrigidita: tutto suggerisce una condizione di allerta costante, di sospetto che non trova tregua. Raciti traduce la paranoia in una forma che non urla, ma scruta. L’opera non cerca di spiegare, ma di far sentire, e chi osserva, forse, si scopre osservato a sua volta.
Il dettaglio mostra un volto teso, con occhi sporgenti e bocca semiaperta, come colto in un momento di smarrimento o allarme. Dal cranio, sostituito da una struttura metallica, si diramano volti urlanti, maschere di dolore che sembrano fuoriuscire dalla mente stessa.
È un’esplosione di voci interiori, un paesaggio emotivo che si fa materia. In questo frammento, Raciti dà forma al caos psichico, alla moltiplicazione incontrollata dell’io, trasformando il pensiero in grido.
Bipolarismo
La figura, con il suo sorriso eccessivo e la gestualità teatrale, sembra congelata in un momento di euforia che sfiora il grottesco. Ma dietro l’espressione ampia, dietro le mani che si aprono al mondo, si intuisce una tensione latente, una possibilità di rovescio. Il corpo mobile, il volto scolpito con tratti caricaturali, suggerisce una condizione instabile, pronta a oscillare tra slancio e crollo. Raciti traduce il bipolarismo in una forma che non semplifica, ma amplifica: l’allegria diventa maschera, la leggerezza si fa inquietudine. L’opera non racconta un equilibrio, ma una soglia.
La figura, con il suo sorriso ampio e quasi teatrale, sembra inizialmente dominata da un’energia esuberante. Ma la testa, ruotabile, rivela sul retro un secondo volto: malinconico, dimesso, attraversato da una tristezza silenziosa. Questo doppio profilo trasforma l’opera in un dispositivo emotivo complesso, dove l’euforia e il crollo convivono nello stesso corpo. Il fiore tenue tra le dita diventa così un ponte fragile tra due stati dell’animo, un gesto che unisce la maschera dell’allegria e la verità più intima del dolore. Raciti non rappresenta un’emozione, ma la sua oscillazione.
Nostalghia
La figura chiude gli occhi, come chi trattiene un ricordo troppo vivo per essere guardato. Il volto, modellato con materia ruvida e sincera, sembra sospeso tra la quiete e l’assenza. Non c’è dramma, ma una dolcezza trattenuta, una malinconia che non chiede spiegazioni. La scultura non racconta un passato preciso: evoca il tempo che si è fatto interno, sedimentato, diventato paesaggio dell’anima. In questo busto, Raciti lascia che la nostalgia si manifesti senza clamore, come una pausa, come un respiro che non vuole finire.
Nell’aria sospesa della sala espositiva, Matteo Raciti si fa guida e complice, attraversando le sue creature con lo sguardo e la voce. Le opere, dense di tensione e stupore, sembrano ascoltarlo mentre racconta la loro genesi, i loro sussulti interiori, le traiettorie invisibili che le hanno condotte fin lì. I visitatori lo seguono, non solo con gli occhi, ma con l’anima: in quel momento, l’arte non è più oggetto, ma presenza viva, che si offre e si trasforma nel dialogo. Così si chiude il cerchio: l’artista tra le sue opere, in ascolto del mondo che le accoglie.
Uscendo dalla mostra, sento ancora addosso la delicatezza di un incontro che non avevo previsto. Non solo con le opere, che già da sole avrebbero lasciato un segno, ma con l’uomo che le ha generate. Ritrovare Matteo Raciti lì, tra le sue forme inquietamente vive, è stato come entrare per un attimo nel suo respiro creativo. Le sue parole, semplici e profonde, hanno aperto varchi nuovi dentro ciò che avevo appena osservato. Le sue sculture continuano a interrogarmi, a muovere pensieri che non si lasciano archiviare. È questo, forse, il dono più raro: scoprire un artista capace non solo di creare, ma di far risuonare ciò che crea dentro chi lo incontra.
Sito ufficiale dell’artista: https://www.matteoraciti.com/
Istagram: matteoraciti.artist
Vedi anche: “Memoria sospese tra le mura: il Manicomio di Lucca”



















