"Nata mancina", cresciuto mancino: una storia di resistenza silenziosa - www.giuseppegranato.it

“Nata mancina”, cresciuto mancino: una storia di resistenza silenziosa


Nei locali dell’Auser di Montelupo Fiorentino ho assistito alla presentazione di “Nata mancina, il nuovo libro di Nicoletta Manetti, scrittrice fiorentina che da anni esplora storie, memorie e identità spesso trascurate. A dialogare con lei c’era Maria Grazia Lotti, che non si è limitata a introdurre il volume, ma ha dato voce ad alcuni brani, restituendone ritmo, sfumature e delicatezza.

«Nicoletta Manetti e Maria Grazia Lotti sedute a un tavolo durante la presentazione di Nata Mancina, con libri e pubblico in sala. Foto di Giuseppe Granato, 2026.»
La scrittrice Nicoletta Manetti e Maria Grazia Lotti


Fin dalle prime battute è emerso un tema che mi riguarda da vicino: la condizione dei mancini in un’epoca non troppo lontana, quando la mano sinistra era considerata un errore da correggere. La scrittrice e la Lotti hanno intrecciato riflessioni personali e considerazioni storiche, ricordando come per generazioni la scuola e la società abbiano esercitato una pressione costante verso la “normalizzazione”.

Pur non essendo un libro autobiografico, Nata mancina porta con sé una vibrazione intima: quella di chi conosce dall’interno la sensazione di essere guardato come “fuori posto” per un gesto naturale. Ed è proprio da questa presentazione, così viva e partecipata, che nasce il desiderio di ripercorrere un tratto della nostra storia recente — una storia fatta di piccole forzature quotidiane, di mani guidate, di identità piegate — e di raccontare come anche io, da bambino, abbia vissuto quella stessa pressione a usare la destra.


Nata mancina racconta la storia di Ursula — ribattezzata Orsola dalle suore — nata a Firenze la notte dell’alluvione del 1966 e subito percepita come “storta”: femmina quando il padre avrebbe voluto un maschio, considerata bruttina dai parenti e soprattutto mancina, quindi da correggere. Cresciuta in una famiglia che non la comprende e in una scuola che tenta di raddrizzarla, la bambina trova rifugio in un mondo interiore ricco e ostinato, nutrito di letture e immaginazione. L’incontro con Emily Dickinson diventa per lei una guida segreta, un modello di libertà. Così, attraverso umiliazioni, pressioni e piccoli atti di resistenza, Ursula impara a restare fedele a sé stessa: la sua mano sinistra diventa il simbolo di una diversità che non si lascia piegare e di un riscatto conquistato con dolce tenacia.

«Maria Grazia Lotti legge un brano di Nata Mancina davanti a un piccolo pubblico riunito attorno a un tavolo.»
Maria Grazia Lotti, legge un brano del libro “Nata mancina”


Il romanzo della Manetti fa emergere una mentalità che ha attraversato gran parte del Novecento: essere mancini significava essere considerati difettosi, disobbedienti, da correggere. La scuola era il luogo dove questa normalizzazione si esercitava con più forza: la mano sinistra veniva legata, scoraggiata, sostituita con la destra come unica via accettabile.
Questa visione era talmente radicata da abitare la lingua stessa. In italiano, mancino significa anche “sleale”, “poco affidabile”; sinistro rimanda a ciò che è oscuro, minaccioso. La destra, al contrario, è la mano “giusta”, “corretta”, “abile”. Non è un caso che destrezza significhi abilità, mentre sinistrato indica chi ha subito un danno. La lingua conserva ciò che la società ha creduto per secoli.
A questo si aggiungeva un immaginario simbolico e religioso: la destra come mano della benedizione, la sinistra come lato dell’ombra. Tutto concorreva a rendere il mancino un corpo da raddrizzare, un bambino da riportare sulla via “giusta”.


In questo clima culturale, fatto di convinzioni radicate e di gesti quotidiani che miravano a “raddrizzare” ciò che appariva diverso, si inserisce anche la mia storia. Ascoltando le parole di Nicoletta Manetti e di Maria Grazia Lotti, ho riconosciuto molte delle sensazioni che hanno attraversato la mia infanzia: la sorpresa degli adulti, le correzioni insistenti, la percezione di compiere qualcosa di sbagliato semplicemente usando la mano che mi era naturale.
Partendo dall’anno di nascita della protagonista — il 1966, come il mio anno di nascita — ho ritrovato un’eco precisa di quel mondo e di quelle pressioni.
È da questa risonanza profonda che nasce il desiderio di raccontare la mia esperienza: le emozioni di allora e ciò che, oggi, a distanza di anni, quelle imposizioni rivelano.

Un bambino seduto a un tavolo scrive su un quaderno mentre un adulto gli indica dove mettere la penna, in una cucina anni ’60.
Un bambino scrive sotto la guida insistente di un adulto, in un ambiente domestico anni ’60-’70: un gesto quotidiano che racconta la pressione a “correggere” la mancinanza
Illustrazione creata con IA


Fin dove arrivano i miei ricordi, il mio essere mancino è sempre stato oggetto di discussione. Ai pasti di famiglia, da bambino, sedevo con la mia mano sinistra che portava il cucchiaio alla bocca, mentre mio nonno — il patriarca seduto a capotavola — brontolava puntualmente. Non rimproverava me, ma mia madre, colpevole di “permettermi” di usare la sinistra. E così, davanti a tutti, venivo obbligato a mangiare con la destra, talvolta con la mano sinistra legata per impedirmi di usarla.
Col tempo mi adattai: per mangiare iniziai a usare la destra, come volevano. Ma quando arrivò la scuola, la mia mano tornò a cercare spontaneamente la penna con la sinistra. E di nuovo ricominciarono discussioni, brontolate, tentativi di correzione. Questa volta scese in campo mio padre, deciso a “raddrizzarmi”: mano legata, pagine intere da scrivere con la destra, esercizi ripetuti fino allo sfinimento.

Correzione della mancinanza
Illustrazione creata con IA


Fu proprio in quelle ore forzate che accadde qualcosa dentro di me. Nella mia piccola testolina nacque una decisione ostinata: non avrei ceduto. Continuai a esercitarmi con la destra, diventando quasi ambidestro, ma la sinistra rimase la mia mano vera, quella che non volevo tradire. Questa resistenza silenziosa durò per i primi tre anni delle elementari, finché, vedendo che non c’era verso di cambiarmi, i metodi duri cessarono. Rimasero però le battutine, le osservazioni, i commenti ogni volta che firmavo o scrivevo davanti agli altri, sia in famiglia che fuori.
Per anni, ogni gesto fatto con la sinistra diventava un piccolo spettacolo involontario, un’occasione per ricordarmi che ero “diverso”. Eppure, proprio in quella diversità imparai a riconoscere una parte essenziale di me.


Riascoltando oggi quei ricordi — le mani legate, le correzioni davanti ai parenti e estranei, le pagine riscritte con la destra, le battute che accompagnavano ogni firma — mi accorgo che la mia non è stata solo la storia di un bambino mancino. È stata la storia di come la diversità, qualunque forma assuma, venga spesso guardata con sospetto, come qualcosa da contenere o riportare entro un confine rassicurante. Cambiano i tempi, cambiano i bersagli, ma il meccanismo resta simile: ciò che esce dalla norma viene percepito come una minaccia all’ordine, invece che come una possibilità.

Pur consapevole che l’infanzia conosce sofferenze ben più profonde, anche questa piccola forzatura ha lasciato il suo segno, e credo sia importante far conoscere ai giovani questa storia. In una società che continua a produrre differenze e fragilità, anche episodi apparentemente minori possono diventare strumenti di consapevolezza. E oggi riconosco che chi cercava di cambiarmi non agiva per cattiveria: era lo stigma sociale a spingere mio nonno e mio padre a credere che fosse necessario. È proprio questa tensione tra affetto e condizionamento culturale che rende la vicenda della mancinanza ancora attuale.

Il libro di Nicoletta Manetti, con la sua protagonista “storta” e ostinata, ci ricorda proprio questo: che ogni identità non allineata porta con sé una forza silenziosa, una capacità di resistere e di reinventarsi. E che spesso sono proprio le imperfezioni — quelle che qualcuno avrebbe voluto cancellare — a diventare la nostra firma più autentica.

Per questo, mentre lasciavo la sala dell’Auser di Montelupo Fiorentino, ripensavo alla copertina del libro e alla frase che la accompagna. Mi è sembrata la chiusura più giusta, non solo per Ursula, ma per tutti noi che, in un modo o nell’altro, siamo stati considerati “fuori posto”:

Per tutte le persone meravigliosamente imperfette…”


LA MIA PROSPETTIVA

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