LA FINE DEL VIAGGIO

Lasciato il convento di San Girolamo e scendendo nella Strada Vicinale di Ulimeto, attraverso il bosco fra le sue curve a gomito, si arriva al Cimitero di San Girolamo ora Sanfinocchi. Arrivarci in una sera di inizio autunno al crepuscolo e trovarlo aperto è fonte di commozione e turbamento.

Vedere queste lapidi senza nome, e sapere che sotto ognuna di esse c’è una storia, dolore e emozioni….la maggioranza di questi sono morti soli al mondo senza il conforto di parenti e amici e sepolti in modo anonimo
Solo in alcuni casi i familiari hanno posto una lapide col nome e in altri rari casi, hanno riconosciuto i loro congiunti

Ritornando a Luigi Scabia, il suo lavoro fatto per il Manicomio di Volterra fu notato, come scrive Silvano Bertini, scrittore volterrano (1923- 2000) :

"Intanto nel 1912 fu incaricato dal Ministero della Sanità di organizzare tutti i servizi degli alienati nella colonia della Tripolitania conquistata l’anno precedente. Egli si recò a Tripoli ove dimorò per circa sei mesi espletando ottimamente il suo incarico. Con gli intimi, più tardi, si rammaricava di un fatto che lo aveva profondamente angustiato. Un alto ufficiale dell’esercito, qualche tempo dopo, aveva requisito una parte dell’edificio manicomiale per trasformarlo in un postribolo per la truppa di stanza in quel settore della colonia."

"Durante la guerra egli fu chiamato alla direzione degli Spedali di Santa Chiara in Pisa con annessi ospedali militari, fra cui quello sussidiario di Volterra a Sant’Andrea nei locali del Seminario. In questo periodo egli fece costruire un raccordo ferroviario aprendo un varco nella cinta delle mura pisane in modo che i vagoni giungessero all’interno dell’ospedale senza effettuare ripetuti, pericolosi trasbordi. Con tutti questi incarichi egli non aveva che il suo più che modesto stipendio dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra e non percepiva niente altro, neppure una indennità di trasferta.

"Finita la guerra, nel 1919 fu inviato dal prefetto di Pisa a combattere una terribile epidemia di vaiolo scoppiata a Legoli nel Comune di Peccioli. Fra i colpiti c’era anche un soldato proveniente dalle tenute di San Rossore dove in quell’epoca soggiornava la famiglia reale. L’epidemia fu particolarmente grave. Circa il quaranta per cento dei colpiti morì. Gli era compagno il figlio, giovane aspirante ufficiale medico. I due vissero isolati per diverso tempo in Legoli. Ci fu anche un sopralluogo del direttore generale della Sanità, Lutrario. La malattia fu vinta e il professor Scabia fu insignito con la medaglia d’argento al merito della Sanità Pubblica."

Nonostante questo, si attiro dei nemici:

"L’accusa più grave e più ripetuta era quella di aver svolto una condotta politica antifascista, sia in servizio che fuori servizio. Si disse che nel 1921 avrebbe assunto come dipendenti del manicomio elementi antifascisti, che aveva sottoscritto pro Matteotti nel periodo aventiniano, che con la sua propaganda antifascista tra i dipendenti aveva fatto allontanare dal PNF circa quaranta infermieri, che aveva rimproverato sempre elementi fascisti (si trattava di provvedimenti verso dipendenti che non facevano il loro dovere)."
"Intanto si modificava lo Statuto interno e si abbassava il limite di età per la collocazione in pensione da 70 a 65 anni. Il Corazziere del 3 giugno 1934 pubblicava il bando di concorso per titoli al posto di direttore dell’Ospedale Psichiatrico. Lo Scabia veniva così messo d’autorità in pensione ed estromesso, benché sofferente, dalla villa di San Lazzero. Gli si rifiutò anche una proroga dello sfratto. Entro il 9 settembre 1934 dovette lasciare l’abitazione.

Come si evince da una corrispondenza tra lo Scabia e Arnaldo Pieraccini del 18 Luglio 1934, il professor Scabia era profondamente amareggiato: https://www.aspi.unimib.it/collections/object/detail/12426/


"Siamo ormai alla fine. Il vecchio professore è solo; è costretto a riparare in una cameretta dell’Albergo Etruria, in Via Guidi. Non esce quasi più, è spezzato. Il Corazziere del 21 ottobre 1934 così annunciava la morte del professor Scabia: «Nelle prime ore del giorno 20 corrente, dopo breve malattia, ha cessato di vivere il Comm. Prof. Luigi Scabia, per 34 anni Direttore del Frenocomio di San Girolamo. Alla famiglia esprimiamo le nostre profonde condoglianze».



La Rivista di Psichiatria e di Neuropatologia dava notizia della scomparsa dello scienziato in due fittissime pagine di necrologio nel fascicolo IV del 1934, dicendo tra l’altro: «Una raffica di discordie insorte con l’Amministrazione dell’Ospedale (e che noi non conosciamo nella loro essenza) determinò la sua andata a riposo e dopo pochi mesi, forse scoraggiato dal dolore di aver dovuto abbandonare quell’opera alla quale aveva sacrificato tante fatiche e tante pene del suo spirito ed alla quale si accingeva ad aggiungere ulteriori fatiche che l’avrebbero resa più bella e più nobile, non poté resistere al destino che crudelmente lo fiaccò e lo spense. Questa rivista non può fare a meno di rimpiangere la perdita di quest’Uomo di cui, se si può in certo qual modo criticare i concetti e i metodi (talvolta eccessivi) applicati alla tecnica manicomiale, è necessario riconoscere l’intelligenza, la fede, la grande energia e l’arditezza che ne fanno un carattere tenace, qualità sempre molto lodevole».

I funerali si svolsero il 21 ottobre 1934. Il trasporto funebre partì dalla stanzetta dell’Albergo Etruria dove la buona proprietaria lo aveva curato amorevolmente e gratuitamente negli ultimi tempi.

Le autorità avevano imposto le esequie alle ore 6 del mattino. Era una brutta giornata di ottobre, pioveva e tirava un vento violentissimo, ricordo. Si voleva impedire ai cittadini di tributare l’estremo commosso omaggio al loro “papà”. Ma il trasporto si trasformò in una manifestazione silenziosa di elevata dignità umana e di coraggio. Via Guidi e le strade adiacenti erano gremite di persone incuranti dell’ora antilucana e della pioggia.

Il professor Scabia volle essere sepolto nel Campaccio, allora settore del cimitero quasi deserto e pieno di erbacce in cui si inumavano poveri diavoli o dementi estinti non reclamati dalle famiglie. La sua tomba, modestissima, da allora nel giorno dei Morti fu sempre letteralmente ricoperta di fiori e ravvivata dalla luce tremolante di centinaia di lumini accesi quasi a ricordare quella luce di amore e bontà, di fratellanza e di speranza che egli, da vivo, aveva acceso in tanti cuori.

https://www.volterracity.com/luigi-scabia-ospedale-psichiatrico-volterra/


"Il professor Scabia volle essere sepolto nel Campaccio, allora settore del cimitero quasi deserto e pieno di erbacce in cui si inumavano poveri diavoli o dementi estinti non reclamati dalle famiglie."

Busto bronzeo situato nel giardino dell’attuale ospedale